back to reviews
www.mescalina.it (IT)  040324

BRIEF TRANSLATION IN ENGLISH	




THOMAS DENVER JONSSON &
THE SEPTEMBER SUNRISE: Hope to her
[CD]


Articolo di: Christian Verzeletti    
  
Thomas Denver Jonnson è un giovane cantautore svedese, che ha pubblicato il suo disco 
d’esordio verso la fine del 2003. Eppure le definizioni di “esordiente” e di “emergente” non 
gli si addicono, rischiano di sminuirne le capacità.
Prima di tutto Thomas non è un novellino: ha già alle spalle un buon numero di concerti nel 
Nord Europa. Inoltre sta dimostrando di godere di una prolificità da buon autore: a questo 
“Hope to her” ha già fatto seguire un Ep (“Then I kissed her softly”) e un mini-album (“I 
never heard her sing)”. Più delle recensioni favorevoli della stampa europea ed americana, 
sono queste le prove della sua bontà.
Thomas Denver non è una stella, ma un cantautore sincero. E “Hope to her” ne è l’umile 
dimostrazione.

Le sue ballate guardano agli States senza esaltarsi, senza pensare in grande, soprattutto 
senza uscire dall’intimità della propria introspezione. Thomas ha una voce indolenzita e, 
con intelligenza e coerenza, non la usa per tentare di far colpo: il suo suono non finge 
impatto o coinvolgimento, piuttosto chiede attenzione e raccoglimento.
Complici i September Sunrise, non nasconde l’appartenenza ad un certo rock della provincia 
americana, dagli Uncle Tupelo, passando per Jay Farrar e Neal Casal. E anche quando richiama 
un’anima di tipo springsteeniana, è per coglierne le atmosfere più umili, sul confine tra 
“The promised land” e “The ghost of Tom Joad”.

Così è soprattutto per le parti di armonica, anche se poi le canzoni di Thomas rivolgono il 
proprio sguardo dentro a se stesse: è come se l’autore avesse consumato “Darkness on the 
edge of town” o certi dischi di Neil Young, ma avesse poi avuto abbastanza coscienza da 
riconoscere i propri limiti e da evitare di ricalcarne l’epica.
Il pregio di “Hope to her” è di non fare il verso a nessuno, pur suonando Americana a tutti 
gli effetti. Il canto dimesso di Thomas si muove all’unisono con gli echi della steel: il 
paesaggio che ne deriva non è il solito spazio aperto statunitense, ma una landa piatta, 
apparentemente immobile e muta, propria dei paesi nordici. Sono i piccoli particolari, una 
fisarmonica nascosta, una seconda voce o il gioco dei piatti, che cambiano la luce del 
quadro d’insieme, come una brezza che percorre una terra distesa a perdita d’occhio.

La sua non è una scrittura fredda, ma sottile, in equilibrio tra le scansioni del rock 
americano e l’umore del cantautorato europeo. Canzoni come “Long life to lose” e “Shades of 
green”, o come “Come on up” e “Jeanna”, non hanno nulla di eclatante, ma si fanno apprezzare 
proprio per questo, rivelando poco alla volta i loro arrangimenti minimi.

“Hope to her” non è un disco di grandi crescendi o di grandi promesse del rock: lascia 
“solo” una piccola speranza, che dura fino all’ascolto successivo.