thomas denver jonsson
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BRIEF TRANSLATION IN ENGLISH
THOMAS DENVER JONSSON &
THE SEPTEMBER SUNRISE: Hope to her
[CD]
Articolo di: Christian Verzeletti
Thomas Denver Jonnson è un giovane cantautore svedese, che ha pubblicato il suo disco
d’esordio verso la fine del 2003. Eppure le definizioni di “esordiente” e di “emergente” non
gli si addicono, rischiano di sminuirne le capacità.
Prima di tutto Thomas non è un novellino: ha già alle spalle un buon numero di concerti nel
Nord Europa. Inoltre sta dimostrando di godere di una prolificità da buon autore: a questo
“Hope to her” ha già fatto seguire un Ep (“Then I kissed her softly”) e un mini-album (“I
never heard her sing)”. Più delle recensioni favorevoli della stampa europea ed americana,
sono queste le prove della sua bontà.
Thomas Denver non è una stella, ma un cantautore sincero. E “Hope to her” ne è l’umile
dimostrazione.
Le sue ballate guardano agli States senza esaltarsi, senza pensare in grande, soprattutto
senza uscire dall’intimità della propria introspezione. Thomas ha una voce indolenzita e,
con intelligenza e coerenza, non la usa per tentare di far colpo: il suo suono non finge
impatto o coinvolgimento, piuttosto chiede attenzione e raccoglimento.
Complici i September Sunrise, non nasconde l’appartenenza ad un certo rock della provincia
americana, dagli Uncle Tupelo, passando per Jay Farrar e Neal Casal. E anche quando richiama
un’anima di tipo springsteeniana, è per coglierne le atmosfere più umili, sul confine tra
“The promised land” e “The ghost of Tom Joad”.
Così è soprattutto per le parti di armonica, anche se poi le canzoni di Thomas rivolgono il
proprio sguardo dentro a se stesse: è come se l’autore avesse consumato “Darkness on the
edge of town” o certi dischi di Neil Young, ma avesse poi avuto abbastanza coscienza da
riconoscere i propri limiti e da evitare di ricalcarne l’epica.
Il pregio di “Hope to her” è di non fare il verso a nessuno, pur suonando Americana a tutti
gli effetti. Il canto dimesso di Thomas si muove all’unisono con gli echi della steel: il
paesaggio che ne deriva non è il solito spazio aperto statunitense, ma una landa piatta,
apparentemente immobile e muta, propria dei paesi nordici. Sono i piccoli particolari, una
fisarmonica nascosta, una seconda voce o il gioco dei piatti, che cambiano la luce del
quadro d’insieme, come una brezza che percorre una terra distesa a perdita d’occhio.
La sua non è una scrittura fredda, ma sottile, in equilibrio tra le scansioni del rock
americano e l’umore del cantautorato europeo. Canzoni come “Long life to lose” e “Shades of
green”, o come “Come on up” e “Jeanna”, non hanno nulla di eclatante, ma si fanno apprezzare
proprio per questo, rivelando poco alla volta i loro arrangimenti minimi.
“Hope to her” non è un disco di grandi crescendi o di grandi promesse del rock: lascia
“solo” una piccola speranza, che dura fino all’ascolto successivo.